La Premier League è il campionato più affascinante e competitivo al mondo. Per i calciatori italiano non sempre l’adattamento è stato semplice. Noi abbiamo provato a capirne di più intervistando in esclusiva Andrea Dossena, lui che la Premier l’ha vissuta da vicino, ad Anfield. La prima parte della nostra chiaccherata:
Buongiorno, prima di addentrarci nella sua avventura inglese, quando ci fu il primo contatto con il Liverpool?
“Io a marzo avevo praticamente quasi già chiuso con la Juventus, poi è cambiata la società. Il mio procuratore mi disse che l’altra situazione che aveva in ballo era il Liverpool. Adesso ci sono più giocatori che vanno all’estero, all’epoca erano in pochi. Non avevo ben capito con quale realtà andavo a confrontarmi. Ma fin dal primo giorno capii che era un mondo ben diverso rispetto alle mie abitudini. Prima si faceva più gavetta, come ho fatto io. Il percorso era più selettivo”
Tu da Udine passi direttamente al Liverpool dei vari Torres e Gerrard con Benitez in panchina. Com’è stato?
“Mi ritrovo catapultato in una realtà con milioni di tifosi in giro per tutto il mondo. Dopo un mese dal mio arrivo facciamo la tourneè in Asia, e lì per la Premier sono pazzi, lì c’è lo United o il Liverpool. Mi rendo conto di essere finito in un’altra società e con degli altri giocatori. Oltre a Torres e Gerrard c’erano anche Xabi Alonso e Carragher, tra gli altri. Una squadra davvero forte, non a caso aveva appena fatto la finale di Champions”
A sinistra avevi come concorrente Fabio Aurelio, ed il primo anno hai trovato spazio. Cosa ti ricordi di quell’annata?
“Io cercavo di provare a fare quello che avevo sempre fatto, lavorare e dare il massimo. Dovevo cercare di abituarmi il più in fretta possibile. Il lavoro laggiù era diverso, in Italia non giocavo le coppe, invece lì non ci si allenava mai, ma giocavamo sempre. Come se passi dall’essere carnivoro al diventare vegano, ti cambia totalmente la routine e come ti senti fisicamente. All’inizio io reggo, fino a gennaio, arrivo in fatica verso la fine dell’anno. Sembra strano, ma fui io ad andare da Benitez e manifestargli il mio malcontento per il fatto di non riuscire a reggere fisicamente. Feci 26 presenze, giocavo spesso, ma ero uno istintivo, soffrivo molto quando non mi riuscivano le cose. Ad Udine volavo senza fatica, a Liverpool dopo 40′ mi sembrava di morire, e questa cosa la soffrivo molto. Adesso ti potrei dire che sbagliai, dovevo lavorare fuori dal campo, con dei personal trainer. La carriera era la mia, e dovevo gestirmela meglio”
Proprio su questo, come gestiva il gruppo Benitez? In molti negli ultimi anni hanno messo in discussione le sue doti umane
“Benitez era un perfezionista, uno che stava attento ai dettagli. Se lo metti alla lavagna era molto preparato, ma forse fin troppo. Avendo quei campioni lì, loro hanno un ego alto, e quando gli vai ad insegnare la postura e come calciare il pallone loro possono storcere un po’ il naso. Se vai a vedere anche la biografia di Carragher, con cui ha vinto la Champions, non è andato per il sottile. Benitez era un po’ il professore di fisica gettato nel mondo del calcio, devi saperti far accettare”
Tu hai vissuto il miglior Torres mai visto, che impressione ti fece dal vivo?
“Non mi sono mai capacitato del suo tracollo, che è coinciso col passaggio al Chelsea. Sembrava che la magia fosse finita, e che il fratello scarso fosse andato a Londra. Ogni tiro era una cannonata che buttava giù la porta, i primi 5-6 passi sembrava il passo di un puma, di una pantera, sprigionava una forza bestiale. Era tecnico, sapeva dove arrivava il pallone, anche strutturalmente era importante. Non mi sono davvero capacitato del crollo. Gerrard era un giocatore completo, sapeva fare tutto, se lo mettevi a fare il terzino lo faceva. Non parlava molto, ma aveva un grande carisma, non gli serviva, ti dava l’esempio in campo. Anche se io avevo un debole per Xabi Alonso, un ragazzo intelligentissimo. Si vedeva nel mezzo al campo la sua tecnica, con l’interno del collo faceva 40 metri di passaggio. Era fenomenale, e si merita quello che sta facendo. Si vedeva che aveva un’idea di calcio geniale”